Il riciclo in Europa vale 555 miliardi

Il riciclo in Europa vale 555 miliardi

TEHA Group e Conai: la circolarità componente strutturale della politica industriale Ue

Il settore europeo del riciclo dà lavoro a più di tre milioni di occupati, genera un impatto economico annuo di 555 miliardi di euro e un valore aggiunto di 222 miliardi. Se consideriamo l’impiego delle materie prime seconde nella manifattura dobbiamo aggiungere ulteriori 325 miliardi di fatturato. Ogni euro investito in sistemi di raccolta, selezione e riciclo degli imballaggi comporta per la collettività benefici economici, ambientali e sociali quantificabili in 1,66 euro.

Sono numeri che fotografano una filiera strategica, anche e soprattutto considerando le turbolenze che interessano le catene di approvvigionamento globale. Eppure, le potenzialità della circolarità non sono ancora adeguatamente dispiegate. E non è un caso se il vecchio continente rischia di mancare il target 2030 sul tasso di utilizzo circolare dei materiali. L’ultimo dato, del 2024, ci dice che era fermo al 12,2%. Per raddoppiarlo, ovvero arrivare al 24% entro il 2030, sarebbe necessario un ritmo di crescita 19 volte superiore a quello registrato tra il 2018 e il 2024.

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Lo studio TEHA Group – Conai

Alla vigilia di un periodo cruciale per la legislazione europea in materia di economia circolare il think thank TEHA Group – The Europea House Ambrosetti, in collaborazione con Conai, ha presentato a Cernobbio lo studio “Una nuova politica industriale europea per l’Economia Circolare”. La tesi centrale è che la circolarità deve diventare una “componente strutturale della politica industriale europea” in grado di garantire creazione di valore, di promuovere la competitività e sostenere la sicurezza degli approvvigionamenti.

Snodo cruciale è la creazione di un mercato unico europeo per il riciclo delle materie prime seconde. A tal fine, lo studio individua tre “mismatch” che ne ostacolano lo sviluppo: uno “scollamento” tra target – definiti i più ambiziosi al mondo – e la realtà del sistema industriale che è chiamato a realizzarli; il gap tra domanda e offerta interna che porta l’industria europea ancora a prediligere materie prime vergini o materie prime seconde importate; il disallineamento tra import ed export con l’Europa che continua ad esportare rifiuti e allo stesso tempo a importare da Paesi extra Ue il 40% di materie prime seconde.

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Il quadro normativo e le priorità di policy

Tra il 2026 e il 2027 sono attese quattro iniziative complementari che avranno implicazioni dirette per la filiera delle materie prime seconde: Circular Economy Act, European Products Act, Critical Raw Materials Centre e riforma degli appalti pubblici. Siamo quindi in prossimità di una “finestra di opportunità” per plasmare un framework normativo che faciliti la creazione delle condizioni industriali affinché gli obiettivi europei di riciclo possano essere raggiunti.

Tre le priorità di policy suggerite dallo studio TEHA Group – Conai:
  • la costruzione di regole comuni per un Mercato unico delle materie prime seconde. I regolamenti differiscono ancora da Stato a Stato e così capita che lo stesso materiale può essere classificato come prodotto in uno Stato membro e rifiuto in un altro. Una frammentazione che per il solo settore europeo del riciclo delle plastiche pesa per circa 120 milioni di Euro l’anno;
  • la seconda priorità riguarda la simbiosi industriale. La capacità di raccolta e riciclo deve essere integrata con una domanda stabile, sostenuta sia dall’attivazione di una domanda pubblica vincolante, sia dal rafforzamento dei controlli sugli standard applicati ai materiali importati;
  • la terza priorità di policy riguarda la finanza per la crescita del settore e a sostegno della circolarità. Gli investimenti non mancano ma scarseggiano i progetti ritenuti sufficientemente finanziabili dagli istituti di credito e questo a causa della burocrazia e delle condizioni attuali del mercato. Bisogna estendere strumenti già sperimentati, come il Net ZeroIndustry Act, anche alle tecnologie del riciclo. Sperimentare contratti per differenza sull’esempio di quelli attuati per le energie rinnovabili. Strumenti che garantiscono un prezzo di riferimento alle imprese, proteggendole dalla volatilità dei prezzi di mercato: nel caso del riciclo, ad esempio, un prezzo di riferimento per le materie prime seconde. E ancora, impiegare una parte dei proventi del sistema ETS per sostenere gli investimenti delle aziende che vogliono decarbonizzare i propri impianti o costruire nuove fabbriche basate sull’economia circolare.
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Foto di Alfonso Navarro su Unsplash