Economia circolare: l’Europa spende poco e perde molto

Economia circolare: l’Europa spende poco e perde molto

Un rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente quantifica il gapservono 82 miliardi in più ogni anno. Il costo dell’inazione è ancora più alto
Ottantadue miliardi di euro l’anno. È quanto manca, secondo le stime più recenti, per finanziare la transizione europea verso l’economia circolare. Una cifra imponente, che diventa ancora più significativa se paragonata al costo dell’inazione: 84,5 miliardi di euro in benefici economici che ogni anno vanno perduti per mancanza di investimenti adeguati. Lo documenta il rapporto Unlocking the circular economy: investment needs, barriers and enabling conditions, pubblicato dall’Agenzia europea per l’ambiente (AEA) nel 2026.

Gli investimenti privati nell’economia circolare si sono assestati attorno allo 0,8% del Pil europeo dal 2019 in poi, senza variazioni di rilievo. Nello stesso periodo il quadro normativo si è rafforzato, le strategie nazionali si sono moltiplicate, i piani d’azione comunitari si sono succeduti. Eppure il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’Ue è cresciuto di appena 1,5 punti percentuali tra il 2010 e il 2024.

Per raggiungere l’obiettivo del Clean Industrial Deal (portare l’indicatore al 24% entro il 2030) sarebbe necessario raddoppiarlo in meno di sei anni. Al ritmo attuale, l’obiettivo non è nemmeno lontanamente alla portata. I modelli lineari dominano ancora: alta estrazione di materie prime, prodotti progettati per durare poco, volumi crescenti di rifiuti.

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Economia circolare: gli ostacoli alla transizione

Il punto è che i modelli circolari innovativi presentano profili di rischio che gli strumenti tradizionali di valutazione del credito non sanno leggere: costi iniziali elevati, lunghi periodi di ritorno, asset spesso intangibili. Le piccole e medie imprese pagano il prezzo più alto. A questo si aggiunge la frammentazione normativa: una materia seconda classificata come “rifiuto” in uno Stato membro può essere “prodotto” in un altro, bloccando di fatto lo sviluppo di mercati circolari su scala europea.

Dietro il gap finanziario c’è un problema di segnali di mercato distorti. I costi ambientali e sociali della produzione lineare non si riflettono nei prezzi: il risultato è un vantaggio strutturale per i modelli che usano materie prime vergini a scapito di quelli che riusano e riciclano. I sussidi ai combustibili fossili aggravano ulteriormente questo squilibrio.

La fiscalità non agevola la circolarità

Anche il sistema fiscale lavora spesso in senso contrario. L’Iva si applica due volte agli stessi prodotti usati, rendendo il second hand artificialmente più caro rispetto al nuovo. Le attività di riparazione non godono di agevolazioni significative. I sistemi di responsabilità estesa del produttore – pensati per finanziare la gestione dei rifiuti e incentivare l’ecodesign – producono ancora effetti limitati sulle scelte progettuali a monte.

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Come invertire la rotta

Il rapporto non si ferma alla diagnosi. Gli strumenti per correggere la rotta esistono e sono identificati con precisione. A monte, modulare le tariffe di responsabilità estesa del produttore in base alle caratteristiche di durabilità e riciclabilità può spostare gli incentivi già in fase di progettazione. Crediti d’imposta per tecnologie pulite e una fiscalità differenziata tra materie vergini e riciclate possono correggere i prezzi relativi.

A metà catena, buoni e fondi per la riparazione possono rendere la manutenzione economicamente conveniente per i consumatori. L’aliquota Iva ridotta sui servizi di riparazione – già consentita dalla direttiva europea del 2022 – è ancora applicata in modo sporadico dagli Stati membri. A valle, tasse su discarica e incenerimento scoraggiano il conferimento finale e i sistemi di deposito cauzionale aumentano la qualità dei materiali recuperati.

Sul fronte finanziario, la finanza mista – che combina risorse pubbliche e private attraverso garanzie e strumenti subordinati – è lo strumento più efficace per de-rischiare i progetti circolari nelle fasi iniziali. La Banca europea per gli investimenti ha già percorso questa strada: tra il 2020 e il 2024 ha destinato 5,1 miliardi di euro a 153 progetti circolari. Un segnale positivo, ancora insufficiente rispetto alla scala del problema.

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I benifici per il Pil

E la posta in gioco è alta. Applicare principi circolari potrebbe aumentare il Pil europeo dello 0,5% entro il 2030. Il mercato del remanufacturing potrebbe triplicare, passando da 31 a 100 miliardi di euro. La transizione potrebbe creare fino a 700 mila nuovi posti di lavoro nei settori della riparazione, del remanufacturing e del riciclo.