La bioeconomia europea chiede investimenti e regole chiare per restare competitiva e accelerare la transizione verde
La bioeconomia europea lancia un appello alle istituzioni Ue: accelerare sugli investimenti e definir e un quadro normativo certo. L’obiettivo è sostenere la crescita industriale e portare sul mercato prodotti bio-based a prezzi competitivi. Il rischio, avvertono gli operatori, è replicare quanto accaduto con i pannelli solari. Un settore in cui l’Europa era leader e ha perso terreno, fino a dipendere oggi per il 98% dalle importazioni dalla Cina. La richiesta arriva dal recente Forum degli stakeholder della Circular Bio-based Europe Joint Undertaking (CBE JU), che si è tenuto a marzo a Bruxelles.
Dall’innovazione al mercato
La bioeconomia punta a sostituire materiali fossili con alternative biologiche e di origine locale. Dai cruscotti per auto realizzati con gusci di mandorle ai cosmetici a base di alghe. Fino alle capsule di caffè ottenute da scarti agricoli. Parliamo di “investimenti, di impianti, di posti di lavoro, di prodotti che sono già sul mercato”, spiega Mario Bonaccorso, direttore del Cluster Spring, il cluster Italiano della bioeconomia circolare che rappresenta oltre 160 attori, italiani e non, attivi nella Penisola, tra cui università, centri attivi di ricerca pubblici o privati.
Nonostante i progressi, la strategia europea sulla bioeconomia presentata a novembre è considerata solo un primo passo. Servono ora misure concrete. Un piano d’azione, strumenti legislativi efficaci e una definizione giuridica condivisa.
Il rischio di perdere competitività
Il timore è che le tecnologie sviluppate in Europa vengano industrializzate altrove. In Paesi con costi più bassi e meno oneri amministrativi. “Di rischi ne vediamo tanti e ne percepiamo tanti, anche perché ci sono Paesi che hanno investito in modo importante in questi anni su questo settore dove l’Europa è stata prima e dove speriamo che non perda il primato“, aggiunge Giulia Gregori, responsabile del program management sistemico di Novamont.
La sfida globale
Il primato europeo è insediato dalla Cina. Il gigante asiatico ha inserito la bioeconomia tra i settori strategici del suo quindicesimo piano quinquennale. Insieme alla transizione verde e al biomanufacturing. Nel complicato scenario geopolitico attuale “abbiamo la possibilità di innovare, di essere competitivi e di utilizzare le materie prime che abbiamo nel nostro continente”, sottolinea Bonaccorso. “Ciò significa utilizzare la biomassa, soprattutto sotto forma di scarti, residui e sottoprodotti. Questo è un vantaggio competitivo perché noi abbiamo la tecnologia, abbiamo le competenze” anche se “siamo non così bravi nella fase di industrializzazione ed è questo il gap che dobbiamo superare”.
Più integrazione europea
Per superare la frammentazione tra i 27 Stati membri, il settore punta su una maggiore integrazione. In questa direzione si inserisce la nascita dell’European Bioeconomy Clusters Alliance (EBCA). Un’iniziativa partita l’anno scorso dall’Italia e che ad oggi è riuscita a riunire più di 20 cluster europei. L’obiettivo? Costruire una posizione condivisa da portare alla Commissione Europea. “Dobbiamo ragionare come europei per essere competitivi”, è il messaggio che arriva dal comparto.
I numeri del settore
La bioeconomia europea vale circa 3.000 miliardi di euro e impiega 17 milioni di persone. L’Italia è al terzo posto in Europa, dopo Germania e Francia. Il valore della produzione è di circa 430 miliardi di euro, con due milioni di occupati. Il nostro Paese è stato il primo a sviluppare le bioplastiche compostabili. La raccolta dei rifiuti organici ha consentito negli anni la creazione di vere e proprie bioraffinerie urbane per la produzione di biofertilizzanti, biogas e biometano.
Investimenti e progetti
L’Italia è tra i principali beneficiari dei finanziamenti della CBU JU, la partnership pubblico-privata da 2 miliardi di euro dedicata alla bioeconomia europea. Dal 2014, le organizzazioni italiane hanno ottenuto oltre 157 milioni di euro per 142 progetti.
Tra le iniziative più rilevanti:
- EMBRACED, per il riciclo di prodotti igienici assorbenti in materiali bio-based;
- TERRIFIC, per lo sviluppo di imballaggi da residui agroindustriali;
- CIRCULAR BIOCARBON, per la produzione di fertilizzanti e grafene verde da rifiuti urbani;
- RUNFASTER4EU, per la coltivazione di biomassa su terreni marginali.
Negli ultimi dieci anni, il comparto ha già portato sul mercato oltre 100 nuovi prodotti bio-based e più di 250 materiali avanzati. La sfida ora è trasformare l’innovazione in industria su larga scala.
Foto di Aditya Vyas su Unsplash




