Cosa cambia con il Global Circularity Protocol for Business
La transizione all’economia circolare entra in una fase nuova e più concreta. Con la pubblicazione della versione 1.0 del Global Circularity Protocol for Business (GCP), imprese, investitori e decisori pubblici dispongono per la prima volta di un quadro globale armonizzato per misurare, gestire e comunicare le performance di circolarità. Un tassello che finora mancava e che ambisce a fare per l’uso delle risorse ciò che il Greenhouse Gas Protocol ha fatto per il clima.
Senza circolarità, decarbonizzazione impossibile
Il punto di partenza è una constatazione difficilmente contestabile: mentre la decarbonizzazione avanza, l’uso di materiali continua a crescere, con effetti diretti su emissioni, biodiversità e sicurezza degli approvvigionamenti. Secondo i dati richiamati nel rapporto, estrazione e lavorazione delle risorse sono già responsabili di oltre il 55% delle emissioni globali di gas serra. Senza circolarità, il “net zero” resta uno slogan.
La principale innovazione del GCP è la standardizzazione. Fino a oggi la circolarità è stata un terreno affollato di definizioni, indicatori proprietari e approcci non confrontabili. Il Protocollo mette ordine, offrendo un metodo condiviso che consente alle imprese di parlare la stessa lingua, confrontare risultati, fissare obiettivi credibili e – dettaglio tutt’altro che secondario – rendere quei dati utilizzabili anche da investitori e regolatori.
I cinque step per misurare le performance di circolarità
Il Global Circularity Protocol non si limita a dire cosa misurare, ma spiega come farlo, seguendo un percorso operativo in cinque fasi: definizione degli obiettivi, preparazione dell’analisi, misurazione delle performance, gestione dei risultati e comunicazione verso l’esterno. È un approccio modulare, pensato per funzionare sia su un singolo prodotto sia sull’intera organizzazione, e adattabile a diversi livelli di maturità aziendale.
Il cuore del Protocollo è la misurazione dei flussi di materiali: quelli che entrano nei processi produttivi, quelli che circolano lungo la catena del valore e quelli che ne escono. La versione 1.0 individua categorie chiave – biomasse, metalli, minerali non metallici, plastiche, risorse fossili come feedstock, materie prime critiche e materiali pericolosi – su cui concentrare l’analisi.
Non è un elenco neutro. Il GCP adotta esplicitamente un approccio di systems thinking: la circolarità non viene letta solo come riciclo, ma come capacità di ridurre l’uso complessivo di materiali, allungare la vita dei prodotti, evitare sprechi e rigenerare sistemi naturali, collegando questi risultati a impatti climatici, ambientali, sociali ed economici. In altre parole, non basta “chiudere il cerchio”: conta anche quanto materiale si evita di usare.
Un protocollo che dialoga con gli standard esistenti
Un altro elemento chiave è l’interoperabilità. Il Global Circularity Protocol è stato progettato per dialogare con i principali standard di rendicontazione esistenti: GRI, ESRS, IFRS S1 e S2, GHG Protocol, ISO sulla circolarità. Questo significa che le imprese non devono moltiplicare i sistemi di reporting, ma possono usare un’unica base dati per più obblighi informativi.
È un punto decisivo soprattutto in Europa, dove la CSRD sta alzando l’asticella della rendicontazione di sostenibilità. Il Protocollo non sostituisce le norme, ma aiuta a colmare un vuoto: finora la circolarità era richiesta, ma senza strumenti condivisi per misurarla.
Il rapporto insiste molto su un messaggio politico ed economico preciso: la circolarità non è solo una questione ambientale, ma una leva di competitività. Misurare meglio l’uso dei materiali significa ridurre rischi legati a volatilità dei prezzi, dipendenze strategiche e interruzioni delle catene di fornitura. Significa anche rendere più visibili opportunità di innovazione e nuovi modelli di business.
L’attenzione alla finanza
Non a caso, il GCP guarda con attenzione al mondo finanziario. Dati comparabili e verificabili sulla circolarità servono a orientare gli investimenti, superando l’attuale difficoltà dei mercati nel valutare il reale valore delle strategie circolari. Secondo l’analisi di impatto citata nel rapporto, una diffusione su larga scala del Protocollo potrebbe portare entro il 2050 a risparmi cumulati di materiali nell’ordine di 100–120 miliardi di tonnellate e a una riduzione delle emissioni globali di decine di gigatonnellate di CO₂ equivalente.
Il GCP nasce dichiaratamente come punto di partenza, non di arrivo. La versione 1.0 esclude alcuni ambiti – come l’acqua o l’energia usata come vettore – per mantenere il focus operativo, ma apre la strada a sviluppi futuri: obiettivi scientifici per la circolarità, maggiore integrazione con il design dei prodotti, attenzione a inquinamento e tossicità, fino al ruolo di marketing e comportamenti dei consumatori.
L’ambizione è chiara: costruire nel tempo un riferimento globale, come è avvenuto per la contabilità delle emissioni. Ma il successo dipenderà dalla capacità di imprese, istituzioni e investitori di usarlo davvero, testarlo, migliorarlo e farlo diventare pratica comune.
Foto di charlesdeluvio su Unsplash




