Rifiuti urbani: in Europa progressi troppo lenti

Rifiuti urbani: in Europa progressi troppo lenti

Lo dice la Corte dei Conti UE: fondi insufficienti, raccolta debole e riciclo ancora lontano dagli obiettivi

L’Unione europea sta provando a spingere gli Stati membri verso un modello circolare, ma il passo resta incerto. Il nuovo Special Report della Corte dei conti europea mostra un quadro fatto di progressi modesti, ritardi strutturali e una distanza crescente dagli obiettivi fissati per il 2025 e il 2035. Nonostante norme più stringenti e investimenti consistenti, molti Paesi non dispongono ancora della capacità amministrativa e dell’infrastruttura necessarie per trasformare i rifiuti urbani in risorsa.

Dal 2018 l’UE ha rafforzato in maniera significativa il quadro normativo sui rifiuti: nuovi target di riciclo, limiti al conferimento in discarica e obblighi crescenti di raccolta differenziata per materiali come plastica, vetro, carta e – più recentemente – tessili e rifiuti organici. La logica è quella della piramide dei rifiuti: prevenire, riutilizzare e riciclare prima di ricorrere allo smaltimento. A livello legislativo, Bruxelles ha fatto i compiti: ha rivisto direttive, imposto piani nazionali più completi, spinto sul design dei prodotti e sulla responsabilità estesa del produttore.

I casi di Grecia, Polonia, Portogallo e Romania

Il problema è che l’applicazione procede a rilento. Il rapporto evidenzia che la Commissione, pur avendo introdotto strumenti di monitoraggio come gli “early warning reports”, è stata lenta nell’aprire procedure d’infrazione contro gli Stati inadempienti: per alcune violazioni risalenti al 2008, i procedimenti sono arrivati solo nel 2024.

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Grecia, Polonia, Portogallo e Romania — i Paesi campione analizzati dalla Corte — rappresentano casi emblematici: raccolta differenziata ancora troppo bassa, previsioni irrealistiche nei piani nazionali e investimenti che non coprono il reale fabbisogno. Tra i problemi più frequenti ci sono l’incapacità di stimare correttamente il volume dei rifiuti, la sottovalutazione del costo delle nuove infrastrutture, la scarsa chiarezza sulle fonti di finanziamento e ritardi cronici nella realizzazione degli impianti. In Grecia, ad esempio, solo otto dei 33 centri di trattamento previsti negli ultimi tredici anni sono effettivamente entrati in funzione. In Portogallo, l’attuale capacità di discarica durerà meno di cinque anni. In Romania, molti progetti sono ancora sulla carta, nonostante fossero attesi già nel 2019. Anche quando i fondi europei sono disponibili, non sempre vengono sfruttati: nella programmazione 2014-2020 Grecia e Romania hanno usato rispettivamente solo il 76% e il 57% delle risorse assegnate.

Ancora bassi livelli di raccolta differenziata

La Corte conferma un dato ormai strutturale: senza una raccolta differenziata capillare ed efficiente, la transizione circolare è un miraggio. E in molti Paesi il livello di separazione dei materiali resta “molto basso”, soprattutto nel segmento dei rifiuti organici, fondamentale per centrare gli obiettivi di riciclo. La qualità della raccolta dipende da una combinazione di fattori: piani comunali idonei, investimenti nella logistica, tariffe che incoraggino comportamenti virtuosi — come il “pay-as-you-throw”, che fa pagare in base ai rifiuti prodotti — e soprattutto informazione. Su questi fronti, secondo il rapporto, gli Stati membri analizzati mostrano ancora gravi lacune.

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Anche quando la raccolta funziona, il sistema rischia di incepparsi a valle: la Corte segnala che in diversi Stati mancano impianti in grado di acquistare e trattare i materiali recuperati. Per alcune filiere, in particolare la plastica, gli impianti europei sono schiacciati dall’aumento dei costi energetici e dalla concorrenza di plastica vergine o riciclata importata a prezzi inferiori. In alcuni casi i materiali devono essere trasportati per centinaia di chilometri pur di trovare un acquirente, con un aggravio di costi economici ed emissioni. Per questo la Corte invita la Commissione a intervenire sul mercato delle materie prime seconde, anche attraverso il nuovo Circular Economy Act previsto per il 2026.

Discariche: solo pochi Paesi possono raggiungere il target 2035

Il dato più allarmante arriva dalle proiezioni aggiornate al 2022: solo sei Stati membri risultavano vicini all’obiettivo del 55% di riciclo previsto per il 2025. Undici Paesi sono invece a oltre 15 punti percentuali dal target. Sulla riduzione del conferimento in discarica, obiettivo chiave per il 2035, la situazione non è migliore: il limite fissato dall’UE è un massimo del 10% di rifiuti in discarica, e oggi solo nove Stati lo hanno già raggiunto. Undici, invece, ne sono lontani più di 40 punti percentuali — il che significa che continuano a mandare in discarica oltre metà dei loro rifiuti urbani. Per molti di loro servirebbe un’accelerazione senza precedenti.

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L’Europa ha costruito un impianto normativo avanzato, ma fatica a trasformarlo in risultati concreti. La transizione verso un’economia circolare non dipende solo dagli obiettivi che si fissano sulla carta, ma dalla capacità di investire, pianificare, controllare e coinvolgere cittadini e imprese. Finché i Paesi membri continueranno a trattare i rifiuti urbani come un problema logistico più che come una risorsa economica, gli obiettivi fissati resteranno lontani. La sfida, ora, è passare dalla strategia all’azione. E farlo in fretta.

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