Fine vita dei pannelli fotovoltaici non incentivati: una bomba a orologeria

Fine vita dei pannelli fotovoltaici non incentivati: una bomba a orologeria

Come coprire i costi di smaltimento di milioni di pannelli fotovoltaici non incentivati?

Per anni abbiamo celebrato la crescita del fotovoltaico italiano come un successo limpido della transizione energetica. Ed è vero: gli impianti crescono, i tetti si riempiono di moduli, il Paese avanza. Ma c’è un lato oscuro che ora esce allo scoperto con tutta la sua forza: la gestione del fine vita dei pannelli non incentivati. Un tema tecnico, certo. Ma anche una potenziale emergenza ambientale e finanziaria.

Il sistema basato sul trust non regge più

Alla fine del 2021 in Italia circolavano circa 20 milioni di pannelli fotovoltaici non incentivati. Negli anni successivi ne sono arrivati altri 28 milioni, e nei prossimi tre ne entreranno in esercizio altri 49 milioni. Una crescita impressionante, ma accompagnata da un sistema di finanziamento – quello basato sul trust e sul contributo unitario versato dai produttori – che non regge più.

Il meccanismo è semplice solo sulla carta: per ogni pannello immesso sul mercato, il produttore versa un contributo che viene accantonato e “congelato” fino al suo smaltimento finale. Peccato che quel contributo, ormai arrivato a valori ridicoli vicini all’euro a pannello, non potrà mai coprire i costi reali di trasporto, trattamento delle sostanze inquinanti e riciclo.

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Lo studio di Ref Ricerche

Il nuovo studio di Ref Ricerche, presentato da Erion WEEE, mette nero su bianco ciò che gli addetti ai lavori sospettavano da tempo: i soldi ci sono, ma non sono “usabili” in modo sostenibile. Una montagna di risorse immobilizzate, ma con contributi unitari troppo bassi per garantire un riciclo dignitoso.

Se oggi smaltiamo circa 427mila pannelli all’anno, entro il 2050 arriveremo a oltre 12 milioni: quasi trenta volte tanto. In peso significa passare da 9 mila tonnellate a 264 mila tonnellate annue di RAEE fotovoltaici da trattare. Una crescita così rapida rischia di travolgere i consorzi e far saltare completamente il sistema di finanziamento attuale.

E nei vuoti normativi e finanziari, si sa, entra sempre la parte peggiore del mercato: export disinvolti verso Paesi senza impianti adeguati, abbandoni illeciti, trattamenti improvvisati. Il contrario dell’economia circolare che l’Europa chiede e che l’Italia dice di voler costruire.

La proposta: un contrubuto di tipo “generazionale”

Come ha sintetizzato Giorgio Arienti, direttore generale di Erion WEEE, “è un paradosso: nei trust dei consorzi ci sono milioni di euro, ma questa montagna di denaro non riuscirà ad assicurare un corretto riciclo dei pannelli”. Una bomba a orologeria, appunto. La soluzione avanzata da Erion WEEE è l’adozione del modello “generazionale”, già in vigore per gli altri RAEE domestici: il costo del fine vita viene ripartito sui produttori presenti sul mercato anno per anno, in proporzione alle immissioni di quello stesso anno. Un sistema più flessibile, capace di reggere l’uscita di scena di un produttore e l’arrivo di nuove tecnologie che nel tempo contribuiranno alla gestione del fine vita.

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Una riforma per finanziare la gestione del fine vita dei pannelli fotovoltaici

Non è un salto nel buio: funziona da anni per la gestione dei frigoriferi e dei grandi elettrodomestici, settori con volumi crescenti molto più lenti del fotovoltaico. Nel solare, che continua a crescere, questa logica sarebbe ancora più solida.

Il sistema impiantistico italiano – anche grazie ai fondi del PNRR – si sta preparando all’arrivo di grandi quantità di pannelli da riciclare. Ma senza una riforma strutturale del finanziamento, quel sistema rischia di essere travolto proprio quando servirà di più.

L’Italia ha davanti a sé un’occasione unica: la Legge di Delegazione Europea 2024, che chiede di riordinare la normativa sul fine vita del fotovoltaico. Se ci si muove ora, la bolla può essere evitata. Se si lascia correre, il costo – ambientale, economico e reputazionale – ricadrà sulle spalle di tutti.

Foto di Bill Mead su Unsplash