Materie prime critiche: a rischio il 31% del Pil italiano

Materie prime critiche: a rischio il 31% del Pil italiano

Studio di Teha Group e Iren: investire sull’economia circolare anche nel Piano Mattei

Il 22% del Pil dell’Unione europea e il 31% di quello italiano – rispettivamente, 3,9 trilioni e 675 miliardi di euro – dipendono dall’importazione e dall’impiego di materie prime critiche. La lavorazione di questi materiali fondamentali per la doppia transizione, ecologica e digitale, è in mano a un manciata di Paesi, con la Cina a far la parte del leone. Un eventuale blocco delle forniture avrebbe un impatto significativo sull’industria europea. Solo considerando le importazioni di titanio e terre rare – essenziali per settori come aerospazio, automotive e rinnovabili – sono a rischio 700 miliardi di euro di produzione industriale europea. L’esposizione per l’Italia ammonterebbe a 88 miliardi.

Materie prime critiche: domanda in crescita del 34% entro il 2030

Queste proiezioni sono contenute in uno studio realizzato da The European House Ambrosetti (Teha Group) per Iren, recentemente presentato a Ecomondo. Lo studio fotografa la rilevanza “sistemica” per l’economia europea delle materie prime critiche. Ma anche l’elevata vulnerabilità delle produzioni continentali in segmenti chiave ad alto valore aggiunto. La vulnerabilità è determinata da un lato da una domanda sempre più in crescita: +34% nel 2030 con un ulteriore 10% determinato dalle esigenze dei data center per l’intelligenza artificiale. E da un’offerta dominata da pochi player. I tre Paesi di riferimento nella lavorazione delle sei principali materie prime critiche (litio, rame, nichel, terre rare, cobalto e grafite) raffinano l’86% dei quantitativi immessi sul mercato. Percentuale cresciuta di 4 punti dal 2020.

LEGGI ANCHE  Gestione RAEE: Erion supera le 289.000 tonnellate nel 2025

In un contesto globale caratterizzato da tensioni geopolitiche e guerre commerciali, come prevenire eventuali stop alla produzione e garantire la competitività europea? Lo studio suggerisce tre direttrici di intervento: la costruzione di partnership internazionali stabili; lo sviluppo di capacità industriali “a monte e a valle della supply chain”; la valorizzazione delle materie prime seconde attraverso l’economia circolare. Un’opportunità per applicare queste strategie di intervento risiederebbe nel Piano Mattei per l’Africa proposto dal governo italiano.

Economia circolare in Nord Africa: l’opportunità del Piano Mattei

Il Piano, avviato nel 2023 con una dotazione di 5,5 miliardi di euro, non prevede progetti sull’economia circolare. L’industria nazionale tuttavia potrebbe trarre un notevole beneficio dalla creazione di partnership per il coinvolgimento delle imprese italiane nel riciclo dei RAEE. Il Nord Africa, sottolinea il paper, genera circa il 42% dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche dell’intero continente africano. Parliamo di 1,5 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche dalle quali poter ricavare minerali e metalli per un valore di 2,5 miliardi di euro. Beneficio economico al quale andrebbe aggiunta la riduzione delle emissioni imputabile alla mancata estrazione di 88 milioni di tonnellate di materie prime vergini.

LEGGI ANCHE  Aumenta il riciclo per batterie, RAEE e pneumatici

Contemporaneamente bisogna intervenire sulla filiera italiana, potenziando sia la raccolta che la dotazione impiantistica. Nel 2024, l’Italia ha avuto un tasso di raccolta di RAEE del 29,6%, molto lontano dal target europeo del 65%. Una mancanza che ci potrebbe costare fino a 2,6 miliardi di euro l’anno se dovesse vedere la luce la cosiddetta “tassa RAEE” proposta dalla Commissione europea lo scorso luglio. Ovvero un obolo di 2 euro/kg da applicare alla differenza tra il tasso di raccolta nazionale e il target europeo. Un “costo del non fare” per TEHA Group e Iren, che suggeriscono di investire quella stessa cifra nel potenziamento della filiera nazionale per incrementare la capacità e la diffusione degli impianti di riciclo. Si potrebbe in questo modo arrivare a coprire fino al 66% del fabbisogno nazionale di materie prime critiche, con un risparmio di 1,7 miliardi di euro di importazioni.

Image by ha11ok from Pixabay.