Bioplastiche compostabili: nel 2024 -15% di fatturato

Bioplastiche compostabili: nel 2024 -15% di fatturato

Un’eccellenza a rischio a causa soprattutto della diffusione di prodotti extra Ue

Nel campo delle bioplastiche compostabili, l’Italia è stata lungimirante. Già dal 2012 l’introduzione delle buste della spesa compostabili per la Gdo ha impresso uno slancio alla filiera. Oggi, quella stessa filiera rischia di veder vanificati sforzi e investimenti. A causa prevalentemente di una concorrenza sleale e di incertezze normative. I dati di Plastic Consult presentati nel corso del 2° Forum italiano delle bioplastiche compostabili organizzato da Assobioplastiche e del consorzio Biorepack lo dimostrano.

I numeri della filiera

Dopo una crescita costante durata 10 anni, nel 2024 il fatturato si è fermato a 704 milioni, il 15% in meno rispetto all’anno precedente. E questo nonostante un leggero (+0,5%) aumento dei volumi trattati (121.500 tonnellate). Lieve battuta d’arresto per il numero delle aziende che sono 278, tra produttori di chimica di base e intermedi (7), produttori e distributori di granuli (22), operatori di prima trasformazione (189), operatori di seconda trasformazione (60).

Tre i principali fattori responsabili di questa situazione di difficoltà. Innanzitutto la concorrenza sleale che arriva dalle produzioni asiatiche. “Oggi acquistare un prodotto finito in bioplastica compostabile realizzato fuori dal mercato europeo costa meno che acquistare le materie prime necessarie per produrlo in Italia o in qualsiasi Paese europeo”, denuncia Luca Bianconi, presidente di Assobioplastiche. “Le aziende extra Ue, prevalentemente asiatiche, beneficiano spesso di sovvenzioni pubbliche, manodopera a costi irrisori e normative meno stringenti di quelle europee. Tutto ciò rappresenta uno stress competitivo insostenibile per le nostre aziende”. E aggiunge: “Sebbene la capacità produttiva europea resti elevata, in diversi comparti è oggi sottoutilizzata”.

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L’inganno delle stoviglie “pseudo riutilizzabili”

Sul banco degli imputati anche la lacuna normativa che ha portato al fenomeno delle cosiddette stoviglie “pseudo-riutilizzabili”. Si tratta di stoviglie in plastica tradizionale, quindi senza particolari caratteristiche di durabilità e resistenza, spacciate per riutilizzabili. Questo è possibile perché la direttiva Sup (Single use plastics) e il conseguente decreto 196/2021 che l’ha recepita non definiscono i criteri per definire riutilizzabile una stoviglia di plastica. L’Italia ha avanzato una proposta tecnica per la definizione dei manufatti riutilizzabili e si attende ora la risposta dell’Ue. Nel frattempo però continua l’inganno per i consumatori e, nei fatti, un’elusione del divieto di commercializzazione di plastica monouso. A ciò va inoltre associato il fenomeno degli shopper illegali che sarebbero ancora più di un quarto di quelli in circolazione.

In questo quadro si inserisce il nuovo regolamento imballaggi. Regolamento che, per le associazioni di categorie, apre delle prospettive importanti ma con tempistiche molto stringenti. La proposta, allora, è quella di notificare al più presto la lista delle applicazioni che dovranno essere realizzate in materiali compostabili. Un modo per dare certezze ai produttori e chiarezza ai consumatori. La lista, peraltro, dovrebbe entrare in vigore tra poco più di un anno, l’11 agosto 2026.

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Bene il riciclo

Numeri decisamente positivi riguardano invece il riciclo organico delle bioplastiche compostabili. Nel 2024 il tasso di riciclo, al netto degli scarti, è stato infatti pari al 57,8% dell’immesso al consumo. Parliamo di 47.511 tonnellate riciclate a fronte delle 82.246 immesse sul mercato. Abbiamo già ampiamente superato gli obiettivi di riciclo fissati per il 2025 (50%) sia per il 2030 (55%).

Crescono in maniera rilevante, inoltre, i Comuni e i territori convenzionati con il consorzio Biorepack, passati in un anno dal 58,5 al 74,3%, a coprire l’85% della popolazione italiana. Agli Enti locali convenzionati sono andati 12,7 milioni di euro (oltre tre milioni in più rispetto al 2023) a copertura dei costi di raccolta, trasporto e trattamento degli imballaggi in bioplastica compostabile conferiti insieme ai rifiuti domestici.

“Per far funzionare un modello che ha già dimostrato la sua valenza economica e ambientale bastano poche regole, certe, chiare e fatte rispettare. Come consorzio di riciclo continueremo a impegnarci nel consolidamento degli obiettivi di riciclo, collaborando con tutti gli attori della filiera, a partire dall’industria del compostaggio, e chiudendo in maniera virtuosa il ciclo degli imballaggi compostabili”, commenta Marco Versari, presidente del Consorzio Biorepack.

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Il nuovo marchio per il riciclo organico
Il nuovo marchio collettivo di appartenenza al sistema del riciclo organico Biorepack

Nei giorni scorsi, Biorepack ha inoltre presentato il nuovo marchio collettivo di appartenenza al sistema del riciclo organico. Uno strumento di espressione di appartenenza al primo sistema Epr al mondo per il riciclo organico degli imballaggi realizzati con bioplastiche compostabili. L’obiettivo è quello di agevolare i cittadini nel corretto conferimento di questi manufatti all’interno dell’umido domestico, aumentando così qualità e tassi di raccolta dei rifiuti organici.