Report REF: urge un mercato unico europeo per i materiali recuperati dai rifiuti
L’Europa vuole essere leader dell’economia circolare, ma intanto importa sempre più plastica e minerali da Paesi terzi mentre fatica a valorizzare i propri rifiuti. Le materie prime seconde – ossia materiali recuperati dai rifiuti – dovrebbero essere il motore di un’industria più sostenibile, ma il mercato intraeuropeo stenta a decollare. E intanto crescono le esportazioni extra-Ue, spesso a basso valore aggiunto. Un paradosso che mina gli sforzi per chiudere davvero il ciclo dei materiali.
Secondo il nuovo rapporto pubblicato dala Laboratorio REF -Ricerche, l’Unione Europea sta compiendo passi avanti verso un’economia circolare, ma troppo lentamente. I motivi sono molteplici: costi di trattamento elevati, norme divergenti tra Stati membri sui criteri di fine rifiuto (End of Waste), mancanza di investimenti in impianti innovativi. A ciò si aggiunge una burocrazia che rende più conveniente smaltire che riciclare, un’assurdità in un continente che ambisce alla neutralità climatica.
Crescono le esportazioni verso paesi extra-Ue
Nel 2023, le materie prime seconde scambiate nell’UE hanno toccato i 93,6 miliardi di euro, ma i volumi sono cresciuti appena del 4,5% rispetto al 2014. Di contro, le esportazioni verso Paesi extraeuropei sono aumentate del 15,9% in dieci anni e addirittura del 74% negli ultimi venti. Non è solo un problema di quantità, ma di qualità: il valore medio delle materie prime seconde esportate è di gran lunga inferiore a quello delle importazioni, segnale di un deficit industriale nella gestione e valorizzazione dei rifiuti.
Il quadro è frammentato: i criteri per definire quando un rifiuto cessa di essere tale variano da Stato a Stato, e persino da regione a regione. Questa disomogeneità scoraggia le imprese e ostacola la circolazione delle materie prime seconde. E così l’industria europea continua a dipendere dalle aree esterne per ottenere risorse strategiche, comprese le cosiddette materie prime critiche. Eppure, la strada per ridurre la dipendenza passa proprio da qui: aumentare la capacità interna di riciclo, migliorare la qualità delle materie prime seconde e stimolare la domanda di materiali riciclati.
La Commissione Europea sta cercando di invertire la rotta. Due documenti strategici – la “Bussola della competitività” e il “Clean Industrial Deal” – rilanciano la necessità di costruire un vero mercato unico per i materiali secondari. Il prossimo passo sarà il “Circular Economy Act”, atteso nel quarto trimestre 2026. L’obiettivo è ambizioso: armonizzare le regole tra gli Stati, semplificare le norme sui rifiuti elettronici, stimolare investimenti nella capacità di riciclo e creare le condizioni per una piena circolazione dei materiali recuperati.
Gli ostacoli normativi e burocratici
Servono scelte coraggiose. Primo, occorre rivedere l’architettura normativa dell’End of Waste, creando standard comuni europei. Secondo, è necessario rimuovere gli ostacoli burocratici e regolamentari che frenano la circolazione delle MPS. Terzo, va rafforzata la competitività dell’industria del riciclo, che oggi sconta un doppio svantaggio: l’alto costo dell’energia e la concorrenza globale.
Non è solo una questione ambientale, ma industriale e strategica. L’Europa non può permettersi di restare un continente che raccoglie i propri rifiuti per poi spedirli altrove. La transizione circolare non può avvenire senza un’infrastruttura che valorizzi ciò che già abbiamo: i nostri scarti. Un mercato unico delle MPS è l’anello mancante.
Image by Henry Wang from Pixabay




