Ne compriamo fino a 19 chili a testa all’anno. L’ultimo report dell’EEA
La fast fashion sembra inarrestabile. Secondo un recente report dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, nel 2022 ogni persona in Europa ha acquistato 19 chilogrammi tra vestiti, scarpe e biancheria per la casa. Un nuovo picco: due chili in più rispetto alla precedente rilevazione del 2019. Come se ogni anno riempissimo una grossa valigia di nuovi capi d’abbigliamento che probabilmente utilizzeremo poco o niente. Allo stesso tempo, annualmente buttiamo nella spazzatura 16 chili di tra vecchie t-shirt, sneakers o lenzuola. Complessivamente l’Europa nel 2022 ha prodotto 6,94 milioni di tonnellate di rifiuti tessili.
Tessile: raccolta differenziata al 15%
La raccolta differenziata cresce ma siamo ancora su percentuali risibili. L’85% dei rifiuti tessili viene smaltito in maniera indifferenziata per poi finire in discarica o all’inceneritore. Quest’ultimo registra flussi in aumento: nel 2022 il 14% dei rifiuti tessili è stato bruciato contro il 10% del 2010. Contrariamente, quelli destinati alla discarica sono in diminuzione: dal 21% del 2010 al 12% del 2022. Da quest’anno la situazione dovrebbe migliorare visto che è scattato l’obbligo comunitario per la raccolta differenziata, obbligo già in vigore in Italia dal 2022. C’è poi la vergogna di scarpe e vestiti che vengono distrutti ancor prima di essere utilizzati: sono tra il 4 e il 9% di quelli destinati al mercato europeo.
Sono diversi i fattori che spingono sempre più verso livelli di consumo insostenibili. Incidono i costi di produzione bassi delle fibre sintetiche così come la semplicità e comodità dello shopping online. “La quota di fatturato generata dalle vendite online di vestiti e altri prodotti tessili è più che raddoppiata nell’UE, dal 5% nel 2009 all’11% nel 2022 – scrive l’Agenzia – Il commercio online ha aumentato l’accessibilità e la praticità per i consumatori, consentendo, ad esempio, prezzi più bassi, una maggiore varietà di prodotti e un procedure più semplici per il reso”. C’è poi la pervasività del marketing online e le strategie aggressive di spregiudicate piattaforme: “Molte di queste piattaforme online operano principalmente in modo veloce o ultra-veloce, vendendo quantità molto grandi e crescenti di prodotti di bassa qualità a prezzi molto bassi. Ciò esercita una pressione crescente sull’ambiente e sul clima”.

Gli impatti del tessile: consumo di risorse e emissioni gas serra
Su 12 categorie di consumi domestici – dal cibo alla mobilità, dall’abitare alla salute – l’abbigliamento si piazza al quinto posto in termini di impatti climatici e ambientali. Nella rilevazione EEA, ogni cittadino europeo nel 2022 si è “caricato” sulle spalle un consumo di 523 chilogrammi di materie prime e una produzione di 355 chilogrammi di CO2 equivalente. I due terzi dei materiali sono estratti al di fuori dell’Europa. Allo stesso tempo, il 70% delle emissioni impattano in territori extra Ue, in particolare in Asia, dove si concentra la produzione. Gli altri impatti contabilizzati dall’EEA riguardano l’utilizzo di acqua e il consumo di suolo.
Infine, Asia e Africa sono le principali destinazioni dei vestiti usati e benché l’obiettivo ufficiale sia il riuso, la realtà è spesso diversa. “In Asia, i vestiti usati provenienti dall’Ue vengono spesso selezionati e poi riesportati, riciclati o finiscono in discarica, oppure vengono bruciati o abbandonati nella natura. Al contrario, in Africa vengono riutilizzati e venduti nei mercati locali oppure finiscono in discarica; in alternativa, vengono bruciati o abbandonati nella natura”.
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