Bene l’Ue, ma mercato “falsato” da materiali dalla tracciabilità incerta
Nel 2030, la plastica riciclata dovrebbe coprire il 25% della domanda interna per arrivare poi nel 2050 al 65%. Con un impatto notevole sulla riduzione delle emissioni: -28% a fine decade. Risultato che farebbe ben sperare nell’ottica del raggiungimento della neutralità carbonica a metà secolo. Dati incoraggianti, frutto dell’ultima analisi della multinazionale della consulenza Boston Consulting Group (Bcg). Che segnala inoltre criticità e sfide da affrontare se si vogliono raggiungere i target stabiliti in sede comunitaria.
Va ricordato infatti che la direttiva Sup (single use plastics) impone di raggiungere almeno il 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in Pet entro il 2025. Quota che sale al 30% entro il 2030. Eppure, oggi ancora il 50% dei rifiuti plastici finisce negli inceneritori, un dato cresciuto del 15% negli ultimi 4 anni. Solo il 27% è destinato al riciclo, mentre per il 24% è la discarica il trattamento post consumo. Inoltre ben il 50% della plastica da avviare a riciclo viene esportata fuori dall’Ue, perdendo, così, l’opportunità di trasformare i rifiuti in nuove risorse all’interno dell’economia dell’Unione.
Plastica riciclata: prezzi in calo del 50%
“La recente crescita delle importazioni di plastica riciclata a basso costo da Paesi extra Ue ha destabilizzato il mercato europeo, riducendo i prezzi del materiale riciclato e minacciando i target di riciclo stabiliti – ha spiegato Giulia Scerrato, Project Leader Energy Practice di Bcg – Per promuovere la circolarità dei rifiuti plastici e lo sviluppo di questa industria, è necessario adottare misure politiche decisive e audaci così da sostenere un settore chiave nella transizione verso un’economia circolare e il raggiungimento della neutralità in fatto di emissioni di carbonio”.
Bcg denuncia una penalizzazione a scapito degli operatori del settore dovuta al forte ribasso dei prezzi dei materiali riciclati (nel 2023 del 50%). La riduzione sarebbe da imputare principalmente alle importazioni di plastica riciclata a basso costo proveniente da Paesi extra Ue non vincolati agli alti standard europei sulla qualità dei materiali e sul rispetto dell’ambiente. Il volume d’affari ammonta a 39,4 miliardi di euro (dati Eurostat relativi al 2022) con una crescita del 40% nell’ultimo triennio. I principali player sono Cina, Turchia, India, Indonesia, Egitto e Vietnam
I riciclatori europei sarebbero penalizzati anche dalla recente normativa sulle spedizioni internazionali di rifiuti, la Waste Shipment Regulation (Wsr), che vieta le esportazioni di rifiuti in plastica verso Paesi non Ocse. Una limitazione che non riguarda le importazioni. In questo modo, le aziende europee del settore sono costrette a vendere solo all’interno dei confini continentali. Con un evidente danno di competitività.
Le proposte per limitare le importazioni
Per porre un freno a questi squilibri, l’European Recycling Industries’ Confederation (EuRic), una delle principali associazioni di categoria delle aziende attive nel settore del riciclo, chiede l’adozione di obiettivi vincolanti per il contenuto di materiali riciclati anche per le importazioni e l’implementazione di meccanismi di verifica e tracciabilità dei polimeri riciclati.
Chiede inoltre che i target di contenuto minimo di plastica riciclata per gli imballaggi fissati dal Regolamento sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio (Ppwr) vengano raggiunti utilizzando esclusivamente rifiuti raccolti nell’Ue. Una misura considerata necessaria a garantire una concorrenza equa e limitare il peso delle importazioni. Da affiancare a incentivi di mercato e fiscali, inclusi sussidi ai produttori e aliquote Iva ridotte per i prodotti riciclati, in modo da sostenere e promuovere la filiera industriale europea del riciclo della plastica




