E sono lavori pagati di più. Secondo l’Ocse, la transizione inciderà sul 25% degli occupati
Le politiche per raggiungere la neutralità climatica nel 2050 avranno conseguenze, sia positive che negative, su almeno il 25% dei posti di lavoro esistenti. E ben oltre il settore energetico. Inoltre, senza interventi adeguati su formazione e ricollocamento dei lavoratori, c’è un rischio di aumento delle disuguaglianze, in particolare tra aree rurali e città. In ogni caso la transizione è un processo già ampiamente avviato come dimostra il fatto che il 20% già rientra nella categoria dei green jobs.
Ocse Employment Outlook 2024
Nel suo recente Employment Outlook, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, indaga gli impatti della transizione a un sistema economico a zero emissioni sul mercato del lavoro. Ne emerge uno scenario senza allarmismi o facili entusiasmi ma con alcuni punti fermi. A partire dalla presa d’atto che gli obiettivi di riduzione delle emissioni non possono essere rivisti al ribasso.
“Quando si discute su come promuovere un’equa transizione verde, un punto dovrebbe essere chiaro: ridimensionare le ambizioni climatiche non è un’opzione praticabile, poiché i costi a lungo termine dell’aumento delle temperature saranno sicuramente molto più gravi”. Così Stefano Scarpetta, direttore Impiego, lavoro e affari sociali dell’Ocse nell’editoriale d’apertura del dossier.
Complessivamente, gli impatti sui livelli occupazionali saranno “modesti”. Una necessaria riduzione dei posti di lavoro nei settori più impattanti – fossili, trasporti, manifattura più “energivora”, responsabili dell’80% delle emissioni – verrà compensata dalla crescita di opportunità e nuovi posti di lavoro nei settori climate friendly. Entro il 2030, se dovessero essere confermati gli obiettivi di contrasto al cambiamento climatico, i posti di lavoro nei settori ad alte emissioni caleranno del 14%.
Green jobs e green driven occupations
L’analisi Ocse adotta una classificazione più ampia dei cosiddetti green jobs. Viene introdotto infatti il concetto di “green-driven occupations”. Definizione “che va oltre la consueta nozione di green jobs – si legge nel testo – per includere anche quei lavori che non contribuiscono direttamente alla riduzione delle emissioni ma che probabilmente saranno ricercati perché forniscono beni e servizi necessari alle attività verdi”.
Tra il 2015 e il 2019, il 20% degli impiegati nei Paesi Ocse rientra in quella che potremmo definire un’occupazione orientata al green. Si tratta per la stragrande maggioranza non di nuovi lavori, ma di lavori esistenti che stanno richiedendo nuove competenze per rispondere alle esigenze della transizione. Solo per il 14% si tratta invece di nuovi lavori o lavori “spinoff” di attività esistenti (nel documento si parla di green new and emerging occupations). E sono quelli che nel periodo 2011-2022 hanno fatto registrare la più veloce crescita, aumentando in media del 12,9%.
Green vs brown jobs: le disuguaglianze tra città e aree rurali
I green jobs tendono inoltre a essere caratterizzati da salari più alti e minori contratti a termine, anche se al momento il rischio disoccupazione è più alto. Al contrario, i lavori nei settori a più alte emissioni sono più stabili, anche se mediamente caratterizzati da una maggiore incidenza di salari bassi e bassa qualità dell’ambiente di lavoro. Questa disparità è rimarcata anche dalle differenze regionali, “con industrie ad alte emissioni fortemente concentrate per lo più nelle aree – scrive ancora Scarpetta – Al contrario, le occupazioni in più rapida crescita, stimolate dalla transizione verso un’economia a zero emissioni, richiedono competenze elevate e sono prevalentemente localizzate nelle aree urbane. Senza un’azione politica, i lavoratori poco qualificati e le famiglie nelle zone rurali pagheranno il maggior costo della transizione, mentre i lavoratori urbani altamente qualificati saranno nella posizione migliore per trarne i benefici”.
Foto di Bryan Craddock da Pixabay




