Rifiuti tessili e alimentari: la posizione del Consiglio Ue

Rifiuti tessili e alimentari: la posizione del Consiglio Ue

Contro fast fashion e sprechi, accordo sulla revisione della Direttiva rifiuti

Il 17 giugno il Consiglio dell’Unione europea ha reso noto il suo “orientamento generale”, sulla revisione della Direttiva quadro che interviene in particolar modo sui rifiuti tessili e alimentari. La posizione dei rappresentanti dei governi è in linea con l’iniziale proposta della Commissione. Un approccio meno ambizioso di quello dell’Europarlamento che aveva proposto target di riduzione dei rifiuti più sfidanti. Ora può ripartire il confronto con il nuovo Parlamento uscito dalle recenti elezioni.

Rifiuti alimentari: i target al 2030

Il Consiglio approva gli obietti vincolanti in materia di riduzione dei rifiuti alimentari proposti dalla Commissione europea. Obiettivi da raggiungere entro il 2030. Ovvero: – 10 % nella trasformazione e nella fabbricazione; – 30 % pro capite nel commercio al dettaglio, nei ristoranti, nei servizi di ristorazione e nei nuclei domestici. L’orientamento del Consiglio prevede inoltre la possibilità di fissare, entro la fine del 2027, un obiettivo specifico di riduzione dei rifiuti da alimenti commestibili. Lo scorso marzo, il Parlamento Europeo aveva proposto invece il 20% di riduzione nel settore della trasformazione e fabbricazione e il 40% nel commercio al dettaglio, nella ristorazione e nei consumi familiari.

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Il 2020 è stato il primo anno in cui sono stati raccolti in maniera armonizzata i dati sui rifiuti del settore alimentare. Per questo, nel testo della Commissione è l’anno di riferimento per calcolare i progressi degli Stati membri. Sul punto, il Consiglio propende per un approccio più flessibile. In sostanza, si autorizzerebbero gli Stati membri a prendere come riferimento anche anni precedenti, a patto che fossero già in vigore metodi adeguati di raccolta dati. Ma anche annate successive (fino al 2023) per evitare una distorta rappresentazione dei trend reali a causa della pandemia di Covid-19. Infine, il Consiglio chiede di tenere in considerazione eventuali “fattori di correzione” come flussi turistici e livelli di produzione nella trasformazione e fabbricazione di prodotti alimentari nell’anno scelto come riferimento.

Rifiuti tessili: oneri più pesanti per i marchi della fast fashion

Per quanto riguarda i rifiuti tessili, la più importante novità prevista dalla revisione della Direttiva riguarda l’introduzione di regimi armonizzati di responsabilità estesa del produttore. Si tratta di un sistema già operativo per altri rifiuti, come quelli da imballaggi o le batterie al piombo. In parole semplici, si carica su marchi di moda e produttori tessili una parte dei costi necessari alla raccolta e al trattamento dei rifiuti tessili. Il Consiglio dell’Ue chiede di rendere obbligatori i sistemi Epr (Extended producer responsability) entro 30 mesi dall’entrata in vigore della direttiva. Il Parlamento aveva invece proposto 18 mesi.

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Secondo l’orientamento del Consiglio, dovrebbero essere incluse negli obblighi dei regimi Epr anche le microimprese. E, soprattutto, vanno imposte tariffe più elevate alle imprese che seguono pratiche industriali e commerciali che rientrano nella cosiddetta fast fashion, la moda “usa e getta” che ha un impatto devastante sull’ambiente (e spesso si basa su pratiche di sfruttamento del lavoro). Più in generale, le tariffe a carico dei produttori dovrebbero essere “ecomodulate”, ovvero tenere in considerazione la circolarità e le prestazioni ambientali dei prodotti tessili.

Rifiuti tessili e alimentari: i dati italiani e europei

Stando ai dati Eurostat elaborati dal Joint Research Center della Commissione europea, ogni anno in Europa si buttano quasi 59 milioni di tonnellate di cibo. In media 131 chilogrammi per abitante (ma in Italia siamo a 145 kg). Uno spreco responsabile del 16% delle emissioni totali di gas a effetto serra, nonché di una perdita di 132 miliardi di euro.

I rifiuti tessili del continente ammontano invece a 12,6 milioni di tonnellate l’anno, di cui solo il 22% viene raccolto e avviato a riciclo. In Italia, l’Ispra ha certificato, per il 2022, 160 mila tonnellate di rifiuti tessili all’anno, una cifra che equivale grosso modo a 500 mila vestiti, per uno spreco pro capite di 2,7 chilogrammi. Un dato, purtroppo, in crescita. L’obiettivo della proposta europea di revisione della Direttiva quadro sui rifiuti è proprio quello di ridurre gli impatti ambientali e climatici determinati dalla produzione e gestione dei rifiuti tessili e alimentari.

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