raccolta plastica

La pandemia rende più difficile la competizione tra materiali riciclati e non

Di Emmanuela Pettinao

Alla fine di un anno che tutti ricorderemo per la pandemia da COVID-19, è possibile avere una prima panoramica delle ripercussioni che si sono registrate in tutti i settori produttivi e che in modo diretto o indiretto hanno avuto un impatto anche sulla gestione dei rifiuti. I dati presentati nel Rapporto “L’Italia del riciclo 2020”, pubblicato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Fise Unicircular in collaborazione con le filiere della gestione dei rifiuti, mostrano un settore che, anche se con qualche difficoltà, ha saputo resistere garantendo la raccolta e l’avvio a riciclo dei rifiuti e assorbendo le criticità.

Nel 2020 la produzione di rifiuti speciali si stima in calo del 10% a causa della chiusura delle attività industriali, del rallentamento del settore delle costruzioni, del commercio e del turismo. La stima del calo della produzione di rifiuti urbani è, invece, inferiore. Infatti, se da un lato i rifiuti organici della ristorazione e delle mense si sono ridotti in modo consistente, di almeno il 15%, dall’altro quelli domestici sono rimasti costanti. Lo stesso andamento si è registrato per i rifiuti d’imballaggio: quelli delle utenze commerciali assimilati agli urbani sono diminuiti, mentre i rifiuti degli imballaggi domestici, trainati dall’incremento degli acquisti on-line, hanno generato quantità importanti, raccolte attraverso il circuito urbano. La raccolta differenziata dei rifiuti urbani ha resistito alla crisi e non si sono riscontrate problematiche eccessive.

Pensando però alla circolarità dei materiali, nel 2020 si sono registrate alcune criticità che hanno frenato il riciclo e soprattutto l’utilizzo delle materie prime seconde in sostituzione di quelle vergini. Da un lato, infatti, le materie prime seconde hanno visto crollare sia gli sbocchi di mercato esteri, per le chiusure e i rallentamenti doganali, che quelli nazionali, per il blocco o la crisi di alcuni settori produttivi che tradizionalmente utilizzano i materiali prodotti dal riciclo. Dall’altro lato, si è verificata una maggiore competizione da parte delle materie prime vergini per la flessione dei loro prezzi generata dalla riduzione delle produzioni e dei consumi.

Un esempio significativo delle variazioni di mercato di quest’ultimo anno è dato dalla plastica riciclata. Nel 2020 si sono registrati un calo delle spedizioni all’interno del territorio nazionale e la sospensione di una quota significativa di export nel primo periodo dell’emergenza per effetto delle difficoltà dovute ai blocchi nella logistica internazionale. La plastica riciclata e destinata all’industria italiana ha, invece, inizialmente visto molto attivo il comparto degli usi alimentari, ma contestualmente sono rimasti fermi i comparti del giocattolo, dell’arredo urbano e dell’edilizia, tra i principali destinatari dei materiali riciclati. 

Tutta la filiera collegata a utilizzatori finali, operanti nell’alimentare che utilizzano materie prime seconde di plastica, ha avuto necessità di approvvigionamenti: è stata forte la domanda per l’acqua in bottiglia, detergenti, frutta e verdura in vaschetta, tessuto non tessuto, ecc. A fronte di questa domanda crescente, però, molti riciclatori hanno avuto difficoltà a evadere gli ordini a causa del rallentamento della logistica (in particolar modo con clienti esteri) e della riduzione della qualità della plastica riciclata prodotta dagli impianti di selezione che hanno lavorato con efficienze di selezione inferiori, per problemi di spazio e operatività. 

Di tutt’altro segno i mercati non connessi ai comparti alimentare e sanitario e sottoposti a lockdown. Questi già subivano una condizione di domanda debole prima della crisi e con il blocco dei comparti utilizzatori (su tutti automobilistico e costruzioni) si è di fatto azzerata la domanda. A peggiorare ulteriormente lo scenario, c’è stata la concorrenza ravvicinata dei polimeri vergini, i cui prezzi hanno fatto registrare minimi storici. 

Si sono poi registrate criticità nella gestione degli scarti dei rifiuti di imballaggio in plastica (frazioni non riciclabili e frazioni estranee conferite con la raccolta differenziata), anche in questo caso a causa della riduzione degli sbocchi esteri (chiusure e rallentamenti doganali) e di quelli nazionali per via del blocco del settore edile (la plastica non riciclabile viene utilizzata come combustibile alternativo nei cementifici). 

Sulla base di questi andamenti, Conai stima di chiudere il 2020 con percentuali di imballaggi avviati a riciclo in linea con quelle del 2019 (circa il 71% di riciclo rispetto all’immesso al consumo). Ma, a causa delle contrazioni dell’immesso al consumo, i numeri totali diminuiscono. Dunque si prevede un calo delle quantità avviate a riciclo del 6%.

Questa situazione interrompe un trend di costante crescita di quasi tutti i settori del riciclo. Nel 2019 il riciclo degli imballaggi ha mantenuto un buon andamento: 9,6 milioni di tonnellate avviate a recupero di materia (il 3% in più rispetto al 2018) e un complessivo tasso di riciclo che ha raggiunto il 70% sull’immesso al consumo. 

I tassi di recupero dei rifiuti d’imballaggio si sono assestati ormai su livelli di avanguardia in Europa: carta (81%), vetro (77%), plastica (46%), legno (63%), alluminio (70%), acciaio (82%). Ad eccezione del riciclo della plastica, questi ottimi risultati sono già in linea o superiori agli obiettivi previsti per il 2035.

Mostrano trend in crescita la filiera dei rifiuti tessili (+10% della raccolta differenziata), quella dei rifiuti da costruzione e demolizione (tasso di recupero arrivato al 77%), gli oli minerali (raccolta al 47%) e gli oli vegetali esausti (riciclo a +9% vs 2018). In crescita anche il recupero della frazione organica (+7,5%), la principale porzione in peso dei rifiuti urbani. 

Anche nel 2019 persistono alcune criticità e ritardi sulle altre filiere: ancora non centra gli obiettivi europei la raccolta dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) che ha raggiunto il 38% (in crescita del 10%), ma ancora distante dall’obiettivo del 65%, fissato per il 2019. Stesso discorso vale per la raccolta delle pile (43%, 2 punti sotto il target), così come la percentuale di reimpiego e riciclo dei veicoli fuori uso, al di sotto della soglia dell’85% del peso del veicolo, decisamente lontana dal target del 95% di recupero complessivo previsto per il 2015.

La frenata imposta al settore del riciclo per via della pandemia ha sicuramente bisogno di nuovi stimoli per uscire dalla crisi e per permettere di raggiungere i nuovi obiettivi di economia circolare fissati. Dovranno, pertanto, essere recuperati i ritardi e le carenze impiantistiche di alcune aree del nostro Paese. Si dovrà puntare sulla semplificazione normativa, sulla definizione dei decreti End of Waste e l’eliminazione del doppio controllo a campione non previsto dalle direttive europee.

Ma per garantire la circolarità è necessario soprattutto definire misure di sostegno al mercato dei prodotti riciclati, sfruttando anche le risorse del Recovery Fund, attraverso una pianificazione ragionata che eviti la competizione di mercato con le materie prime vergini, quando si innescano meccanismi di mercato sfavorevole.