Perchè la tassa sugli imballaggi in plastica è inefficace

di Edo Ronchi

Nel Documento programmatico di bilancio varato dal governo è prevista l’introduzione della tassa di un euro al chilo sugli imballaggi in plastica, con decorrenza dal primo giugno 2020. Applicata proporzionalmente alla quota prodotta in 7 mesi sui 2,2 milioni di tonnellate prodotte su scala d’anno in Italia, potrebbe portare nel 2020 ad un prelievo di circa 1,5 miliardi, in aggiunta al “contributo ambientale” di 450 milioni all’anno che già si paga per questi imballaggi.

Gli imballaggi in plastica sono il 40% dei prodotti in plastica; la restante parte delle plastiche, pari a circa 3,3 milioni di tonnellate, benché sia quantitativamente maggiore e non paghi nessun contributo ambientale, è esentata anche da questa tassa.

Il vigente sistema del “contributo ambientale” per gli imballaggi, a differenza della tassazione, consente rapidi e frequenti adeguamenti, necessari per la copertura dei costi, variabili per quantità e qualità, delle raccolte differenziate, nonché per intervenire, quando necessario, per garantire il ritiro e la corretta gestione di tutta la plastica proveniente dalle raccolte differenziate, anche quando i prezzi di mercato delle materie prime seconde sono bassi e i ricavi del riciclo di alcuni rifiuti di plastica non sono sufficienti a coprirne i costi.

Il sistema europeo della “responsabilità estesa del produttore”, rafforzato dal nuovo pacchetto di Direttive sull’economia circolare, prevede che gli oneri a carico dei produttori debbano essere proporzionati alla riutilizzabilità e alla riciclabilità degli imballaggi, che debbano coprire i costi della raccolta e della loro gestione, assicurando il raggiungimento dei target di riciclo.

L’Unione Europea ha, inoltre, recentemente varato una strategia per la plastica e una specifica direttiva sulle plastiche monouso, che puntano a rendere, entro il 2030, tutti gli imballaggi in plastica riutilizzabili o riciclabili in modo economicamente efficace e a incentivare l’utilizzo della plastica riciclata nella produzione degli imballaggi, nonché a ridurre l’utilizzo degli imballaggi monouso e a rafforzarne la sostituzione e le raccolte.

Applicando gli strumenti europei per l’economia circolare, i rifiuti, correttamente raccolti e riciclati, non finiscono né nei fiumi, né nei mari, ma alimentano attività industriali che creano posti di lavoro, fanno risparmiare materie prime, energia ed emissioni di gas serra.

Una tassa tanto al chilo, indifferenziata, uguale per tutti gli imballaggi in plastica, monouso o meno, riciclabili o meno, fatti con plastiche riciclate o no, che genera introiti per fare cassa e finanziare altre spese, invece che destinarne i proventi alla prevenzione, al riutilizzo, al riciclo e alle raccolte, è in contrasto con gli indirizzi europei ed è inefficace dal punto di vista ambientale.

Servirebbero, invece, maggiori risorse da investire per migliorare le performance ambientali degli imballaggi in plastica, per ridurre quelli monouso, per aumentare l’attuale insoddisfacente tasso del 43,4% di riciclo e per superare il target minimo del 55%, fissato dalla nuova Direttiva al 2030: un livello impegnativo, visto il basso tasso di riciclo delle plastiche miste, che sono in crescita e costituiscono ormai oltre la metà degli imballaggi in plastica.

Questa tassa andrebbe quindi sostituita, recependo le nuove Direttive europee, con un adeguamento normativo del “contributo ambientale” per gli imballaggi in plastica -aumentandolo quanto serve- impiegandolo di più anche per la prevenzione, per la riduzione del monouso, differenziandolo, meglio di quanto già non si faccia, per gli imballaggi in plastica riutilizzabili e più facilmente riciclabili rispetto agli altri; riducendolo in proporzione al contenuto di plastica riciclata e aumentandolo per quelli che non se ne servono; utilizzandolo per migliorare le raccolte differenziate e il riciclo, nonché per contribuire alla ricerca per lo sviluppo dell’economia circolare in questo settore.

 

dal blog di Huffington Post