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I jeans: da intramontabili della moda a pericolo per l’ambiente

Chissà cosa avrebbe pensato James Dean indossando gli iconici jeans di “Gioventù bruciata” sapendo che quel singolo paio di pantaloni produce 33,4 kg di CO2, come un anno di lavatrici di una famiglia media.

di Nicola Moscheni

Il denim è al tempo stesso sia uno dei tessuti più diffusi, con 3 miliardi e mezzo di capi prodotti ogni anno, che uno tra quelli che richiedono il più alto impegno di risorse. Per la produzione di un paio di jeans è necessario impiegare 3.800 litri d’acqua, 12 m2 di terreno e 18,3 Kwh di energia elettrica, a fronte di un’emissione di 33,4 kg di CO2 equivalente durante l’intero ciclo di vita del prodotto.

Non solo, dal punto di vista della salubrità dei tessuti bisogna considerare che la produzione di cotone utilizza il 2,5% della terra arabile del mondo, ma rappresenta il 16% di tutto pesticidi utilizzati. Sono prodotti che potrebbero causare gravi danni all’ambiente e avere impatti negativi sulla salute degli agricoltori, con casi segnalati di avvelenamento acuto.

È anche per questi motivi che negli ultimi mesi una silenziosa, ma non troppo, rivoluzione ha cominciato a farsi strada nell’ambito della moda. È la polemica contro la “fast-fashion”, ovvero quella fetta di produzione che promette abiti di qualità media a prezzi stracciati. Di conseguenza hanno preso piede nuovi brand che seguono rigidamente alcune regole per garantire un bassissimo impatto ambientale dei loro capi. Tra queste aziende ci sono molte marche (ora ancora di nicchia) che producono jeans con basse emissioni di CO2 e un limitato utilizzo di risorse.

Le linee guida per la produzione sostenibile dei jeans

Inoltre anche gli storici loghi del denim hanno deciso di migliorare il metodo di produzione e diminuirne l’impatto negativo sul pianeta. A sostenere il cambio di rotta, la Ellen MacArthur Foundation che nel febbraio 2019, con l’iniziativa Make Fashion Circular, ha riunito un gruppo di esperti del settore in un workshop intensivo per sviluppare una visione comune del futuro dei jeans. Come risultato del seminario, è stato redatto un documento di linee guida volte alla riprogettazione del processo produttivo.

“Il modo in cui produciamo i jeans sta causando enormi problemi dal punto di vista dei rifiuti e dell’inquinamento, dobbiamo cambiare”, ha commentato Francois Souchet, responsabile dell’iniziativa Make Fashion Circular. “Lavorando insieme possiamo creare jeans che durino più a lungo, che possano essere riciclati alla fine del loro utilizzo per diventare nuovi capi d’abbigliamento e realizzati con processi più attenti all’ambiente e alle persone che li producono.”

Finora, marchi leader come Tommy Hilfiger, Lee Jeans, H&M, Gap e C&A hanno espresso il loro sostegno e il loro impegno nei confronti dell’ultimo sforzo elaborativo della Fondazione Ellen MacArthur. Ciò è ulteriormente rafforzato dal sostegno di una serie di innovatori nel riciclaggio, come Worn Again, Tyton Biosciences, Infinited Fiber Company e l’Hong Kong Research Institute of Textiles and Apparel, che hanno sostenuto le linee guida mirate all’armonizzazione delle pratiche di fabbricazione di jeans.

Queste linee guida sono suddivise in quattro aree: durabilità, salubrità dei materiali, riciclabilità e tracciabilità.

Durabilità

La durabilità è la capacità fisica di un prodotto di rimanere funzionale, senza necessità di manutenzioni o riparazioni eccessive, durante il ciclo di vita previsto. Le linee guida si concentrano principalmente sull’assicurazione della durabilità fisica, ma riconoscono l’importanza della durabilità emotiva per aumentare il numero di volte che un capo viene indossato.

  • GARANTIRE UN BUON GRADO DI RESISTENZA A UN MINIMO DI 30 LAVAGGI. Non solo i jeans devono resistere a un minimo di cicli di lavatrice, ma devono mantenere i requisiti di prestazione. Per valutare questo parametro si svolgono degli stress test su, ad esempio, resistenza all’abrasione e cambiamento dimensionale
  • FORNIRE INFORMAZIONI SU COME PRENDERSI CURA DEI JEANS. I capi dovranno includere un’etichetta facilmente riconoscibile che riporti informazioni sulle tecniche di lavaggio, istruzioni sui cicli a basse temperature (30 °C o inferiore) e per evitare l’utilizzo dell’asciugatrice.
Salubrità dei materiali

La necessità è quella di puntare a un sistema agricolo rigenerativo e a distretti produttivi che preservino l’integrità dell’ecosistema naturale dei territori dove insistono questi stabilimenti, aumentandone la biodiversità e la resilienza.

  • IMPIEGARE FIBRE NATURALI A BASE DI CELLULOSA PROVENIENTI DA AGRICOLTURA RIGENERATIVA O BIOLOGICA. Scegliere materiali come cotone, canapa, lyocell e viscosa, ma non solo. Si deve puntare a tipi di coltivazione sostenibili, mirando alla preservazione, rigenerazione e produttività del suolo senza contaminare i servizi ecosistemici. L’obiettivo a lungo termine è estrarre tutte le fibre a base di cellulosa da fonti rigenerative.
  • REALIZZARE JEANS CON RESIDUI DI PRODOTTI CHIMICI CON LIVELLI MINIMI, SE NON NULLI. Ciò include non solo i prodotti chimici utilizzati specificamente per la produzione, ma anche prodotti per la pulizia, detergenti per macchine, lubrificanti, e tutti quelli in uso nelle strutture di coltivazione e produzione.
  • VIETARE L’UTILIZZO DI ALCUNI PRODOTTI CHIMICI O L’IMPIEGO DI SPECIFICI PROCESSI PRODUTTIVI. Ci sono lavorazioni, quelle che creano gli effetti ricercati (e in voga) sui nostri pantaloni, che hanno impatti negativi a livello ambientale soprattutto per la generazione di rifiuti pericolosi. Si tratta dei processi di galvanica, abrasione con la pietra pomice, ossidazione, sabbiatura, che non solo producono sostanze di scarto di difficile smaltimento ma logorano anche i tessuti diminuendone le prestazioni.
Riciclabilità

Il modo in cui vengono fabbricati gli abiti, incluso il modo in cui il tessuto viene costruito e scelto, raramente considera la riciclabilità dei capi a fine uso. Per aumentare quindi la percentuale di riciclaggio è necessario includere non solo la scelta attenta dei materiali e delle lavorazioni esistenti, ma anche lo sviluppo di nuovi tessuti adatti a fornire sia la funzionalità desiderata che la riciclabilità.

  • CONSIDERARE UN QUANTITATIVO MINIMO DI FIBRE A BASE DI CELLULOSA PARI AL 98% DELLA COMPOSIZIONE TESSILE TOTALE DEL CAPO. Questo per garantire che i materiali utilizzati possano essere riciclati con un alto grado di qualità e valore. I materiali non a base di cellulosa (nella quota del 2% sul totale della composizione) possono comprendere tutte le fibre a base di plastica, ad esempio elastan, nylon e poliestere. Sono inclusi nel conto la cerniera, il filo utilizzato per le cuciture, le fodere e le etichette
  • ASSICURARE LA POSSIBILITÀ DI RIMUOVERE INTERAMENTE I RIVETTI METALLICI O RIDURNE AL MINIMO LA PRESENZA. I rivetti metallici sono difficili da rimuovere per i riciclatori. Di conseguenza, si vanno a tagliare parti del tessuto dei jeans, poi conferite in discarica o incenerite. Per massimizzare la quantità di tessuto rigenerato, andrebbero trovate nuove soluzioni, se non per l’eliminazione di questi elementi, quantomeno per una facile rimozione in fase di riciclo. Fanno parte di questo concetto anche tutti gli elementi aggiuntivi come accessori, metalli o tecnologie particolari che dovrebbero essere progettati in un’ottica di facile separazione dal capo.
Tracciabilità

Una corretta etichettatura e identificazione dei materiali è fondamentale per la riconoscibilità da parte del consumatore. Sistemi di tracking universali e tecnologie di tracciamento da integrare nella progettazione dell’abbigliamento potrebbero supportare l’identificazione dei materiali.

  • UTILIZZARE IL LOGO ‘JEANS REDESIGN’. Deve essere usata un’immagine che testimoni il rispetto di tutti i punti elencati in precedenza. Il logo stampato all’interno del capo servirà a identificare i jeans prodotti secondo le linee guida in tutte le fasi di acquisto, utilizzo e dismissione del jeans.

 

Le Linee Guida sono pubblicate nel sito della Ellen MacArthur Foundation