Come dimezzare le emissioni di CO2 dell’industria europea

Acciaio, cemento, plastica e alluminio: questi quattro materiali valgono il 75% delle emissioni dirette industriali di CO2 in Europa. Sulle strategie per ridurle è focalizzato lo studio The Circular Economy: a Powerful Force for Climate Mitigation. Transformative innovation for prosperous and low-carbon industryfirmato da un gruppo di istituti di ricerca e fondazioni (tra cui la European Climate Foundation e la Ellen MacArthur Foundation).

E’ la prima volta che si quantifica il potenziale di riduzione delle emissioni di gas serra connesso alla circular economy nel comparto dell’industria pesante in Europa. E il risultato è sorprendente: la diffusione dell’economia circolare in questo settore può portare a tagliare le emissioni di circa 300 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno a partire dal 2050 rispetto a uno scenario a misure correnti, cioè può ridurle del 56%, con un netto vantaggio economico. Un’ulteriore dimostrazione del fatto che il ‘material efficiency’ deve rappresentare una priorità nelle discussioni sulla decarbonizzazione delle aziende, proprio come l’energy efficiency è una priorità nelle discussioni sulla trasformazione del sistema energetico.

Si tratta di un passaggio importante nel dibattito sulle policy da adottare per raggiungere gli obiettivi di lungo termine dell’Accordo di Parigi, cioè un’economia con emissioni nette di gas serra nulle. In Europa le roadmap proposte si sono finora concentrate sull’aumento dell’efficienza energetica e sulla promozione di tecnologie low-carbon. Entrambe le strategiesono cruciali, ma non sufficienti quando si parla di industria pesante, una delle principali fonti di emissioni globali di CO2 (tra emissioni dirette e indirette connesse al consumo di elettricità, il settore industriale è responsabile di circa il 40% delle emissioni totali).

Lo studio evidenzia come la maggior parte delle discussioni su clima e industria si siano concentrate sul lato dell’offerta (sviluppare nuovi processi produttivi, passare a materie prime e fonti non fossili, usare strumenti di cattura e stoccaggio del carbonio), allentando invece l’attenzione sul lato della domanda (centrale per le politiche di circular economy), ovvero cercare di fare un uso migliore dei materiali già in uso, in modo da ridurre la nuova produzione.

Ecco, più in dettaglio, le 3 tipologie di intervento analizzate nella ricerca:

A. Opportunità di ‘ricircolo’ (che include riciclo, recupero, riuso etc.) dei materiali (si possono risparmiare 178 milioni di tonnellate per anno al 2050). L’Unione europea può soddisfare una grande parte del proprio fabbisogno di metalli e plastica riutilizzando quelli già prodotti. Il ricircolo di materiali taglia le emissioni e richiede molta meno energia di quanta ne servirebbe per produrne di nuovi. È fondamentale però che la progettazione del prodotto e del disassemblaggio a fine vita siano modificati per consentire il ripristino ad alto valore, di modo da rendere il riciclo economicamente conveniente; per l’alluminio per esempio, minori sprechi e minori mix di leghe diverse sarebbero cruciali; per la plastica il mixing e gli effetti di downgrading sono problemi particolarmente seri, in quanto rendono gran parte della plastica in uso praticamente non riutilizzabile.

B. Efficienza dei materiali (si possono risparmiare 56 milioni di tonnellate per anno al 2050). Per ridurre gli input per la produzione, una strategia è tagliare gli sprechi: ad esempio la metà dell’alluminio prodotto non diventa merce ma si trasforma in scarto. Un’altra strategia è usare materiali e tecniche di costruzione più avanzate, o ridurre i sovradimensionamenti legati a normative troppo restrittive, o confezionare prodotti su misura per l’uso specifico.

C. Nuovi modelli circolari di business nella mobilità e nelle costruzioni (si possono risparmiare 62 milioni di tonnellate per anno al 2050) principalmente attraverso lo sharing. Questa opportunità si basa sul fare un uso molto maggiore dei veicoli e degli edifici già esistenti. Perché insieme rappresentano la maggioranza della domanda europea di acciaio, cemento e alluminio e perché il loro tasso di utilizzo è molto basso (2% per le macchine europee, 40% per gli uffici). In uno scenario circolare i materiali di input per la mobilità scendono del 75%.

Lo studio fa una stima anche a livello globale. L’IPCC ha calcolato che, per avere buone chance di rimanere al di sotto dei 2°C di aumento della temperatura, non si dovranno emettere più di 800 giga tonnellate (Gt) di CO2 da qui al 2100. Secondo la ricerca, in base alle attuali tendenze la sola produzione di materiali porterebbe a più di 900 Gt di CO2. Con una rapida adozione di misure basate su efficienza energetica e su strategie low-carbon, le emissioni del settore scenderebbero solo a 650 Gt, un valore ancora più che doppio rispetto alle 300 Gt che permetterebbero al settore di rimanere al di sotto dei 2°C. Per raggiungere l’obiettivo indicato dall’Accordo di Parigi occorre dunque:

a) Un importante aumento di cattura e stoccaggio di carbonio

b) La rapida introduzione di cambiamenti nei processi produttivi

c) La riduzione della domanda di materie prime attraverso le misure di circolarità indicate nello studio.

Il report sostiene che è praticamente impossibile raggiungere le 300 Gt di CO2 senza un considerevole uso del punto c: “una low-carbon economy deve essere molto più circolare di come lo è oggi!”